Gli inglesi e la bella stagione


È stato un lungo inverno. Era cominciato l’estate scorsa e già alla fine dell’anno quelli del gas si leccavano i baffi per i consumi da record. Sembrava non finire mai, quassù abbiamo visto l’ultima brina della stagione che era già marzo. Avvolto nella sciarpa ormai da mesi, camminavo per strada imprecando contro la mala stagione, il freddo e l’intero Oceano Atlantico. Unico appiglio psicologico: il ghiaccio stava sterminando le lumache, con la speranza che l’orda infame quest’anno avrebbe tardato.
Il primo timido tepore, due o tre settimane fa, mi ha lasciato incredulo, tipo quando ti svegli all’improvviso da un sonno profondo e quasi non sai chi sei. Ma loro, gli inglesi, non hanno fatto una piega: hanno messo i loro infradito, i loro occhiali da sole e si sono riversati nei parchi con le birre in mano. È che qui devi esser veloce a goderti la bella stagione, ché ci metti niente a perderti l’attimo, quindi nel giro di un giorno tutto si trasforma. Come voltando le pagine di quei libri per bambini con i desegni che si spiegano e saltano su. Entri nel supermercato e sembra un posto nuovo, interi settori svuotati delle cose che ci sono di solito e riempiti di barbecue, carbonella, spiedi, griglie, creme solari, cappelli di paglia e occhiali sole. Per strada le auto decappotabili spuntano come funghi e io mi chiedevo perché mai qualcuno le compri qui, per poi aprirle due giorni all’anno. Perché mai comprare un grosso barbecue o un ombrellone per il giardino?
Il fatto è che hanno uno sfacciato ottimisimo, per quanto riguarda il tempo meteorologico, e sembrano non sapere che il caldo durerà quel che durerà, sempre troppo poco. Forse è una questione di sopravvivenza, tanto che chiunque, durante un’estate di merda, vi dirà che qualche anno fa il tempo era migliore, “oh che estati mi ricordo io!” E a me viene un po’ di tenerezza e taccio, non vorrei ferirli. Ma la reazioine degli autoctoni alla bella stagione è anche più complessa di così e, se da un lato ne hanno bisogno, dall’altro non sanno del tutto come gestirla. Il mio vicino, per esempio, dopo queste due settimane di bel tempo, ieri mi ha detto “eh, però ora il giardino ha bisogno di un po’ di pioggia”. Lì la tenerezza m’é un po’ passata.

Il mio cinquantamilionesimo


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Dunque eccoci, ci siamo: le schede elettorali sono arrivate ed io voterò per la prima volta via posta. Non sarà la stessa cosa, mi mancherà l’aspetto sociale delle elezioni: arrivare alle mie scuole elementari dove il mio seggio elettorale è sempre stato, salutare gli scrutatori, che c’è sempre qualcuno che conosco e forse mi mancherà anche la cabina elettorale. Che gusto c’è barrare un simbolo comodamente seduto a casa e poi da solo imbucare la busta per strada? Non c’è ritualità, manca la solennità che per me le elezioni hanno sempre avuto, perfino quella volta che (scelta sofferta e ponderata per quanto mi è stato possibile) non ho votato. Solo un aspetto romantico riesco a scorgere in tutto questo: noi italiani all’estero, almeno quelli che potranno e vorranno votare, affideremo il nostro cinquantamilionesimo di partecipazione politica alla posta. Quella stessa posta che ci fa arrivare i pacchi di pasta e sugo, salami e biscotti del mulino bianco dalle nostre famiglie italiane. Sperando che alla nostra Famiglia la spedizione risulti altrettanto utile, sebbene necessariamente non graditissima a tutti.

Plagio


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Siamo in campagna elettorale e anche per me quassù la tensione sale, mentre aspetto che mi mandino il plico per votare per posta. Ma ogni volta che vedo il simbolo del PD, a me viene in mente una famosa marca di tè inglese, non so come questo influirà sul mio voto.

Quel certo intraducibile non so che


Si sa, non c’è traduzione, per quanto ben fatta, che tenga: le sensazioni che una frase può provocare sono quasi impossibili da descrivere. C’è senz’altro una componente personale che viene dalle esperienze che ognuno di noi ha fatto e che non si possono facilmente condividere con altre persone, ma c’è anche una componente (e credo sia la principale) culturale e allora ci sarà un gruppo di persone che ti capiranno al volo, senza bisogno di molte parole. Ecco, io so che voi mi capirete: quanto è divertente per noi cominciare una lettera con “Ciao Pippa”? E loro, le Pippe, non lo sapranno mai, fino in fondo.

Ritorni


Ed eccomi qui, come tanti altri italiani all’estero, a chiudere la valigia e a prepararmi al viaggio. L’ennesimo viaggio che per noi è strano, non è come per i normali viaggiatori con un’andata ed un ritorno, no, per noi migranti è un viaggio con due ritorni, anche se quando compri il biglietto questa opzione non c’è. Prima di tutto ho messo in valigia i regali per i nipoti, “poi”, ho pensato, “se c’è ancora un po’ di spazio metterò anche le mutande”, perchè ci sono delle priorità. Penso a tutte le persone che spero di riuscire a rivedere, famiglia e amici, e mi chiedo come li troverò, cosa ci sarà di diverso. Di cosa parleremo? Perche’ c’è spesso quel momento in cui non funziona più, in cui senti che il tempo ha scavato il solco della distanza, poi il ghiaccio si rompe, ma non è mai scontato. Un po’ come i Maya che non sapevano mai se il sole sarebbe sorto ancora il giorno dopo o se dopo il solstizio d’inverno le giornate si sarebbero allungate ancora o se il mondo sarebbe finito. Ma non è che puoi fare dei sacrifici umani, al giorno d’oggi, e allora semplicemente speri che tutto torni a funzionare come una volta. Ti chiedi cosa troverai di diverso nella tua città e quanti baci si danno ora quando ci si saluta, erano due, poi sono diventati tre, poi uno e ora hai perso il conto. E qual è ora il bar con le brioches migliori? E quale quello dove è d’obbligo l’aperitivo? Quale forma ridicola avranno le scarpe quest’anno? Ci sono nuovi programmi, nuovi canali in TV? Ma l’avranno fatta finalmente finita con La prova del cuoco?

Le dieci piaghe d’Albione – I bacherozzi (onisco delle cantine)


Probablimente meno presente in piena città, infesta invece tutti gli altri posti appena un fazzoletto di terra affiora libero dal cemento: il bacherozzo. Dopo estenuanti ricerche online ho trovato che il nome italiano di questo fastidioso esserino grigio dovrebbe essere onisco delle cantine e già dal nome si capisce il perchè prosperi in questo paese umido e buio. All’aperto, nei parchi o nei giardini delle case, basta spostare un sasso o un pezzo di legno per trovarne un’intera comunità brulicante. Sfortunatemente gli odiosi bastardi non disdegnano le case e mi capita spesso di accendere la luce e vederne uno che attravesa goffamente il soggiorno. È una lotta, se non quotidiana, certamente senza fine che prende generose porzioni del mio tempo e delle mie energie, ché non si può certo spiaccicarlo sul pavimento, va rimosso con cura ed eliminato altrimenti. Ma ne fai sparire uno e ne ricompare un altro, in una tortura senza tregua. Anche se ad occhio e croce sono meno schifosi delle blatte, sono pur sempre bestie poco simpatiche e al loro aspetto poco presentabile si aggiunge la loro fastidiosa attitudine a comparire quando arrivano gli ospiti.

Approssimazioni


palio“Ci sono stata, in Italia” mi ha detto e io mi aspettavo già la solita lista di quei due o tre posti dove vanno sempre, quando vanno in Italia: Venezia, Firenze e, se sono proprio coraggiosi, Roma. Questa volta, però, ha aggiunto “e quell’altro posto, com’è che si chiamava? Ah, già, Siena!” Un po’ stupito, allora, ho cercato di fare un passo avanti e, traducendo con un po’ di coraggio e approssimazione la parola e il concetto di contrada, le ho detto del Palio. Ora, a me sembra un po’ difficile visitare Siena e non imbattersi in qualcosa o qualcuno che ti parli del Palio, ma si vede che gli inglesi non hanno ancora finito di stupirmi perché questa inglese qui proprio non aveva idea di cosa stessi parlando. Confidando che non ci fosse nessun senese attorno che potesse sentire la mia spiegazione, mi sono improvvisato docente di Palio e le ho detto di cosa si tratta, con i mesi di preparazione, la gente che piange, gli incidenti ai cavalli e tutto quanto. Di senesi non doveva essercene nessuno, perché nessuno s’è orgogliosamente intromesso per parlarne con cognizione di causa e il fatto di averla scampata mi ha reso tanto ottimista da credere perfino che lei avesse capito. “Ah, più o meno come quel carnevale in Francia, dove fanno le gare con i fiori e vince chi ha il carro più bello?” mi ha chiesto con gli occhi illuminati, ma solo quelli, di chi ha capito. “Più o meno”, ho risposto, mentre mi si spegneva il sorriso in faccia.