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La mia autorità perduta


image“Da che parte dell’Italia mi hai detto che sei?” mi chiede la barista, chè Bergamo non è un posto che in genere gli inglesi ricordino. “Ah”, risponde, “ma comunque conosci la Sardegna?” Vorrebbe andarci in vacanza, dice, e sperava le potessi dare qualche consiglio, visto che sono italiano. “Guarda che meraviglia”, mi dice mostrandomi una foto così così che, ne sono certo, non fa per nulla onore alle spiagge dell’isola.
Cercando un tono di voce appropriato, con una punta di umiltà visto che io in Sardegna non ho mai avuto il piacere di metterci piede, ma comunque con tutta l’autorevolezza che il mio ruolo richiedeva, mi accingo a rispondere che “guarda, io in Sardegna non ci sono mai andato, però secondo me…”
“Hai detto Sardegna?” soggiunge il pallido inglese che nel frattempo era entrato per ordinare una delle loro brodaglie, “io ci vado quasi tutti gli anni, è bellissima”. Poi comincia a raccontarle del volo, dell’aeroporto, dell’hotel e di altri dettagli che l’aspirante viaggiatrice, con mio lieve fastidio, trovava utilissimi.
“Ma come si permette questo di saperne più di me?” pensavo e aspettavo il momento della riscossa, quando l’inglese avesse inevitabilmente detto qualche cazzata e io avrei potuto dire, certo con un sorriso benevolo, che “no, guardi, per la verità…” perché è vero che io in Sardegna non ci sono mai stato, ma sono pur sempre italiano!
Invece niente. Derubato dell’autorità che così raramente l’essere italiano ti dà mi chiedevo: ma perché cavolo non sono mai andato in Sardegna?

Creare aspettativa


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Pare che questo nuovo bar che stanno per aprire tirerà un sacco, più di un carro di buoi.

Jazz


C’è una viuzza di selciato in centro che porta ad uno dei rami dell’Avon incarniti dentro a Bristol. Le bombe tedesche sono state più clementi in questa parte della città che in altre e ci sono ancora alcuni edifici che sanno di Isola del tesoro, pirati e marinai. Qui si trova l’Old Duke, un piccolo pub dedicato al Jazz che, concerto dopo concerto, si è tappezzato di locandine. È spesso pieno, ma se il tempo è bello le finestre si aprono e il selciato diventa un concerto all’aperto. Perfino io che non amo il jazz spesso devo fermarmi, sgomitare per ordinare una birra e prendere posto fuori a sentirli. Questa volta erano un gruppetto di musicisti attempati, che suonavano New Orleans. La città intera, intendo: la suonavano in lungo e in largo e il trombonista era Dio. Davanti alla finestra c’erano due signore sui sessanta che ballavano in estasi, un uomo anziano con tatuaggi da marinaio e cravatta nera, ciclisti, punk, dandy, cani e tutto il resto del campionario Bristoliano. C’era un signore che offriva un birra al canuto sassofonista sudato e provato che nel frattempo era uscito per prendere una boccata d’aria e c’ero io che non avevo mai sentito Duke Ellington mentre al microfono il contrabbassista presentava una sua canzone dicendo “quell’uomo era un genio”. Se ci fosse altro, non saprei dire.

La lista


Attorno ad un tavolo, straniera come me, mi ha chiesto: “e a te invece cosa piace dell’Inghilterra?” Ho pensato che fosse una bella idea, di tanto in tanto, parlare delle cose belle, invece che lamentarsi sempre di quello che non ci piace (perché è questo che facciamo, noi immigrati). Purtroppo però, era una di quelle domande che servono a chi le fa per cominciare un discorso già pronto per l’occasione, più che per lasciar parlare te. Dopo la prima riga della mia lista mentale, quindi, ha ricominciato a parlare lei e nella mia testa la lista si allungava senza poter vedere la luce. È stata la lista, incontinente, a chiedermi di creare un post per poter venir fuori ed io eseguo.
Adoro che qui sia il crocevia del mondo, che puoi pranzare nel Kerala e cenare in Jamaica; mi piace vedere che la gente mette calzini multicolori e, a volte, quello sul piede destro è diverso da quello sul sinistro e non importa a nessuno. Mi piacciono le birre rosse, senza gas e appena fresche, le mini torte salate con dentro qualsiasi cosa: dal maiale al cervo, dal pesce alle patate. Mi piace che le città finiscano in una verde, ondulata e bellissima campagna e non direttamnete in un’altra città. Come ricorderete amo la coda inglese e il fatto che sia quasi sacra, ma sono anche estasiato dal fatto che il primo approccio dei poliziotti (che non sono famosi per la loro delicatezza) è sempre gentile. Poi, ovvio, si regolano su come continuare. Le zanzare non ti divorano nelle sere d’estate e non c’è mai afa; forse grazie al vento, non si accumulano le PM10, non nell’aria e nemmeno nei tuoi polmoni; qui non soffro neanche di allergie ai pollini. Guidare non è una lotta all’ultimo sangue dove sono i più forti ad arrivare, mentre gli altri stanno fermi al dare precedenza fino a dopo l’ora di punta: anche se non hai la precedenza, spesso si fermano e ti lasciano lo spazio per entrare. Ah, i salari, mi piacciono tanto i salari inglesi e mi piace il fatto che al lavoro ci siano sempre bollitore, tè, caffè, latte e zucchero per tutti, spesso biscotti e dolcetti vari. Ogni pub, o quasi, ha musica dal vivo, almeno una volta alla settimana, di tutti i tipi: jazz, grunge, punk, rock, pop, reggae e altro che ignoro. Mi piacciono i documentari della BBC e il fatto che divulghino la scienza un po’ meglio che Giacobbo, tanto bene quanto Piero Angela, ma con dei video fantastici e più spesso, tanto più spesso.
Ecco, ho dato. Se vi ho annoiato, prima di interrompere una persona attorno ad un tavolo, penserete alle conseguenze che questo potrebbe comportare.

Giubileo


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In questi giorni la regina celebra il sessantesimo del suo regno e si prevedono celebrazioni in tutto il Paese. Alcuni si sentono coinvolti ed espongono bandierine e decorazioni varie, altri se ne fregano allegramente. Il macellaio di B. appartiene evidentemente alla prima categoria.

L’Italia e (senza accento) il mio Paese


Qualche volta, raramente, sono ottimista. Ho l’impressione, quelle volte, che l’Italia dopo tutto ce la possa fare  e allora non dico “Italia”, ma “il mio Paese”. Non che io abbia mai voluto rinnegare il mio essere italiano, intendiamoci: l’Italia è e sarà il mio Paese, ma capite cosa voglio dire.
Vivo qui in Inghilterra da un po’ e, seppure in mezzo a innegabili aspetti negativi, tutto sembra funzionare un po’ meglio, più fluido, più lineare e semplice, tutto dà l’impressione di essere perfino più sensato. “E’ talmente facile”, penso, “che anche in Italia potrebbe essere così”, o nei miei eccessi di ottimismo, “anche nel mio Paese sarà così”. Credo sia un sentimento diffuso tra noi emigrati, perché sappiatelo: è una figata non dover fare a botte alla fermata del pullman o ad un qualsiasi sportello perché tutti stanno in fila. Tu arrivi, ti metti in fila e ti fai i fatti tuoi finché arriva il tuo turno. Ti puoi rilassare, è bello e ha tanto, tanto, tanto senso. Ha anche senso che chi più merita più sia premiato, rende una squadra, un’azienda, una comunità, una società migliori. Mi sembrava tutto così facile che cominciavo a dire spesso “il mio Paese”.
Poi mi ha chiamato un’amica che era tornata in Italia, nel nostro Paese. “E che minchia ci fai di nuovo a Bristol?” le domando incredulo. “Guarda, era uno schifo, ho dovuto tornare in Inghilterra”. Colpevole di lavorare in Italia come lavorava in Inghilterra, le hanno reso la vita impossibile. Responsabile di non voler accettare il “lei non sai chi sono io” come dispensa alle leggi dello stato, il sistema l’ha espulsa con disonore.
E’ davvero il nostro Paese, quest’Italia che ci aspetta là sotto, in mezzo al mare, con le fauci spalancate e pronta a divorarci appena rientriamo, insieme a tutti i nostri fratelli?

La giustizia di Odino


Quando con aria di superiorità spiegavo ai mie interlocutori inglesi che pessima idea sia generalmente quella di mangiare nei ristoranti delle belle piazze centrali delle città italiane, di fermarsi cioè nel posto più ovvio e quindi più caro, respingendo bonariamente ma con inflessibilità i loro “ma certe piazze sono così pittoresche che non puoi resistere”, non pensavo che sarei stato così severamente punito dal destino beffardo.
Oggi passeggiavo per Tampere, tra i cumuli di neve ancora lì e gente sui balconi che, anche se è già buio alle dieci di sera, ci sono già tre gradi: come fai a stare in casa? Tra l’altro, lo dico per inciso tanto per allungare un po’ il brodo di questo post, a Tampere non ci sono ragazze, perfino le statue dei monumenti sono tutti uomini, chiaramente non puo’ essere un posto meraviglioso. Insomma, passeggiavo e pensavo che se davvero questo posto è una delle città più popolose della Scandinavia, Bergamo dovrebbe cominciare a darsi seriamente delle arie. Poi l’ho visto. Saranno stati i morsi della fame o non so che, ma per un attimo i miei occhi affamati si sono posati su un’insegna nella via centrale che più luogo comune non poteva essere: “Da Erik il vichingo”. Deglutendo rumorosamente, la mia parte snob ha represso la tentazione e ho proseguito il mio triste cammino alla ricerca di non so quale prelibatezza finnica. Ne ho viste di lingue che non si capiscono, ma il finlandese spicca per incomprensibilità: basta prendere un po’ di “tri” “sua” “ki” e “ak” e combinarli in tutti i modi possibili per averne il vocabolario. Ovviamente in mezzo a insegne così misteriose non sono risucito a trovare un posto dove mangiare e quando sono giunto fino al Museo Lenin, ho capito che aveva vinto lui, Erik il Vichingo. Dopo mezz’ora stavo già rosicchiando un panaccio secco intinto nel burro fuso, seduto sutto una lunga fila di scudi borchiati di legno truciolato. Ma all’inferno non s’è mai da soli e quando dal tavolo di fianco al mio s’è levato un “E vedi ‘sti cazzo di Vichinghi!” ho pensato che ce l’eravamo tutti meritata.

(Nella remota eventualità che il proprietario di un ristorante di Tampere si senta chiamato in causa dal mio post, ovviamente scusandomi fin dal profondo del mio insensibile animo, ricordo che il post vuole essere ironico e ammetto che in realtà ho mangiato bene. No, tanto per evitare cose di questo tipo)