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Il vero messia


Il messia sta arrivando. Ci sono segni messianici ovunque: catastrofi finanziare, interi Paesi sull’orlo del collasso, Bersani che dice “Grillo non è l’antipolitica” e, non ultimo, ho 18 gradi in casa senza riscaldamento acceso e fuori c’è il sole e il cielo azzurro. Ma chi sarà il messia? Camminando per strada guardo le persone ma non trovo un valido candidato o una valida candidata: questo ha la pancia, quest’altra ha i capelli in disordine ed in genere non ne hanno proprio l’aspetto.
L’altro giorno, però, ero sul campo di pallavolo, nell’angolo che una volta, quando ho cominciato a giocare io, era l’unico posto da cui si poteva servire. Ero là per i fatti miei a fare stretching, che ho una certa età ed è l’unico modo per sopravvivere. D’un tratto ho sentito una cantilena lamentosa, molto simile alle vecchie che recitano il rosario nelle chiese mezze vuote dei pomeriggi di quaresima. Veniva dall’altra parte della barriera di legno che mi separava dal campo di fianco e che mi nascondeva l’origine della cantilena lamentosa. Doveva senz’altro essere un altro segno messianico, ho pensato, il messia doveva proprio essere vicino e mi sono alzato quanto bastava per sbirciare di là. Un gruppo di barbuti, giovani e contriti uomini erano inginocchiati su due file, a pochi passi da me, pregando in una lingua sconosciuta e inchinandosi ritmicamente verso di me.
“No, calma un attimo”, stavo per alzarmi e dire ai miei fan adoranti, “ci deve essere un malinteso! D’accordo, non ho la pancia e sono appena stato dal barbiere, ma io non sono degno nemmeno di allacciargli i sandali”. Poi ho pensato che, in fondo, potevo benissimo essere io, il messia, cosa mi manca? A scuola ho sempre preso voti soddisfacenti, ho letto qualche libro pure io, in cucina me la cavo e l’anno scorso c’è pure stato il censimento: sono pronto, salverò il mondo.
Poi ho realizzato che m’ero messo a fare stretching tra un gruppo di calciatori musulmani e La Mecca e ho continuato, deluso, con i miei esercizi pensando un po’ offeso al mondo ingrato che non mi riconosce. Ah, ma un giorno verrete a cercarmi per salvare il mondo! Sì, ma continuerò a fare stretching, ignorandovi.

Romanticismo


Eravamo in macchina per andare all’ultima partita di campionato (che poi abbiamo miseramente perso) ed ero circondato da Britannici. Ad un tratto la radio ha incominciato a trasmettere le atroci note di That’s amore: mi vergognavo come un ladro. E a chi pensa che “vergognarsi” sia esagerato e che sia sintomo di un vergognoso disamor patrio, faccio notare che secondo Dean Martin  (al secolo Dino Paul Crocetti) a Napoli si dice che sia amore quando: la luna ti colpisce agli occhi come una pizza, il mondo brilla come se fossi ubriaco e le stelle ti fanno sbavare come la pasta e fagioli. Vedete voi se non era il caso di vergognarsi. Poi, pigiando pietosamente un bottone sull’autoradio, l’allenatore cambia stazione e dice “spero non vi dispiaccia…”

Pallavoliste sotto la doccia


La prima volta ho pensato fosse un caso, poi è capitato una seconda volta e in seguito è continuato a capitare: la gente approda su questo blog cercando “pallavoliste sotto la doccia”. Amico che arrivi qui per questo motivo, mi dispiace, qui non troverai pallavoliste sotto la doccia. Una volta s’è parlato di pallavolo e di doccia, è vero, ma erano tutti uomini e qualche birra. Mi dispiace, davvero. Capisco che in questo momento tu sia tutto preso da tutt’altra urgenza, ma magari più tardi rifatti un giro qui. Mi scoccia perdere dei lettori.

Sport


Dopo due eccezionali partite che hanno visto la mia squadra raggiungere matematicamente la salvezza, ce ne stavamo bel belli tra gli altri spettatori a vedere l’ultima partita del triangolare. Accanto a me c’era un signore anziano che con tutta probabilità era stato trascinato lì per qualche legame famigliare, contro la sua volontà. Qui la pallavolo è un sport per nulla popolare e credo che il canuto signore accanto a me  fosse stato strappato dal suo programma sportivo preferito e ne sentisse terribilmente la mancanza. Ho avuto chiara la visione degli anziani a Bergamo che girano per la città con la radiolina all’orecchio per non perdersi i risultati delle partite in tempo reale (e che magari si lasciano andare ad una sana bestemmia se l’Atalanta prende un gol). Tutto il mondo è paese: sì ma con alcune differenze ed ecco il motivo del post. Per prima cosa il giorno della radiolina è il sabato e non la domenica. Questo potrebbe sembrare ininfluente, ma fa un certo effetto associare d’istinto lo sport all’uggiosa e pigra domenica e ritrovarselo spostato al gioioso sabato pieno di speranze: si fa fatica a considerarlo al posto giusto. La differenza che fa sportivamente onore a questo Paese, però, sta nel significato della parola “sport”: in Italia vuole unicamente (con ottima approssimazione) dire calcio, qui ci sono altre possibilità e i vari programmi o giornali sportivi ne parlano indistintamente. C’è il calcio e c’è la formula uno come ci sono in Italia e c’è ovviamente il rugby. Non c’è la pallavolo, ma c’è il cricket, che evidentemente è lo sport di cui il nonnino voleva sapere. Guarda il mio telefono come fosse la lanterna magica e sorridendo mi dice: “C’hai il cricket su lì?”

Un penoso fraintendimento


Ecco, dicevo che del primo allenamento avrei dovuto dimenticare gli aspetti dolorosi e ricordare soltanto i miei progressi linguistici. Bene, sarà meglio che dimentichi proprio tutto, allora. Sì perchè avevo completamente frainteso e quindi, insieme al dolore muscolare, ora ho anche la pena di dover dire “ho sbagliato”, che se c’è una cosa che non sopporto è proprio quella. Quando dicono salsiccia e patatine, non intendono affatto alzare la posta in gioco, mi cospargo il capo di cenere e rettifico: vuol dire “non complichiamoci la vita, giochiamo semplice”. Certo, a mia parziale discolpa c’è il fatto che anche un altro compagno di squadra, britannicissimo, lui, non l’aveva mai sentita, ma resta il fatto che non m’è rimasto più nulla da ricordare.
Dicevamo?

Un incentivo sbagliato


Del primo allenamento della stagione non voglio ricordare la sensazione di avere il corpo fatto di budino, l’impressione che la palla sia di ghisa o il dolore agli arti che da qualche giorno mi fa muovere come un idiota. No, soltanto il piccolo passo avanti che ho fatto nella comprensione di questa misteriosa lingua barbara che è l’inglese vale la pena di essere ricordato. Quando nel bel mezzo della partitella finale lo scazzo e la fatica fanno calare velocemente l’impegno, non si scommette “pizza e birra”, come da noi in Italia, qui loro danno il tutto per tutto solo al segnale “salsiccia e patatine?” Io, da parte mia, non ci ho visto nessun incentivo e ho continuato imperterrito il declino verso il collasso.

Esperanto, ma fino a un certo punto


Una volta imparato come si dice bagher o palleggio, la pallavolo è diventata una specie di oasi dove diventa facile comunicare, dove le differenze culturali quasi si azzerano, dove non conta più se a colazione prendi un caffelatte o le uova col bacon. C’è un solo modo di murare l’avversario e c’è un solo modo per esultare dopo. Su tutti i campi del mondo gli allenatori hanno lo stesso sorriso malvagio quando dicono “Ok ragazzi, ripetute. Tutti a fondo campo”. Puoi anche non capire cosa ha detto ma glielo leggi in faccia che stai per sputare l’anima. E nel Paese in cui il volante sta inspiegabilmente a destra è quasi un miracolo che in campo si giri dalla stessa parte che nel resto del mondo.
Ma quando rientri negli spogliatoi e vedi che si sono portati la birra sotto la doccia, ti ritorna ben chiaro che va bene la pallavolo, ma sono pur sempre inglesi, loro.