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Cosa fanno gli italiani all’estero – parlano di Berlusconi


Semmai se ne parlava, di Berlusconi, ma ormai non più, dico davvero. Le rare volte in cui ho un sentito un italiano parlarne di recente, è stato in risposta a qualche inglese stranamente interessato alla politica internazionale che si chiedeva (e di conseguenza chiedeva a noi italiani) che fine avesse fatto quell’omino ridicolo che è stato incomprensibilimente al potere in Italia per molti anni. Un po’ come quando ti viene in mente il matto del paese e chiedi ad un amico “hai più visto il Caglioni, poi? Chissà se va ancora in giro a parlare della Madonna”.
Noialtri qua fuori siamo più aggiornati su quello che succede in Italia, di quanto Matteo Cavezzali (autore del post a cui è dedicata la mia serie) non creda.

Il vento della Storia


Già sapete che su quest’isola piatta, piantata tra l’Atlantico e il Mare del Nord, c’è tanto, a volte troppo, vento. Senza montagne degne di tale nome che possano fermarli, i venti occidentali sferzano, rasoterra e in continuazione, questo posto bizzarro. Naturalmente, nel pieno rispetto del nome che gli  è stato dato, sempre da Ovest verso Est. Sono loro, i venti occidentali, che, insieme alla rivoluzione industriale, hanno plasmato le grandi città inglesi. Cresciuti a dismisura attorno alle fabbriche che vomitavano fuliggine e gas vari, i quartieri dei nuovi venuti stavano per metà sottovento e per metà sopravento. Inutile dire che le parti ad Est di tutte le città, quelle sottovento, dove l’aria era irrespirabile, diventavano rapidamente quartieri poveri, con un alto tasso di criminalità e un’urbanistica (per usare un termine non molto tecnico) “alla cazzo”. Cosa che rimane in gran parte vera anche oggi: Londra, Bristol e tutte le città più grandi del Regno Unito hanno ad Est le loro riserve proletarie: che la georafia sia in fondo la vera ragione per cui il classismo qui, come vi dicevo, è ancora anacronisticamente vivo e vegeto?

Il mio cinquantamilionesimo


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Dunque eccoci, ci siamo: le schede elettorali sono arrivate ed io voterò per la prima volta via posta. Non sarà la stessa cosa, mi mancherà l’aspetto sociale delle elezioni: arrivare alle mie scuole elementari dove il mio seggio elettorale è sempre stato, salutare gli scrutatori, che c’è sempre qualcuno che conosco e forse mi mancherà anche la cabina elettorale. Che gusto c’è barrare un simbolo comodamente seduto a casa e poi da solo imbucare la busta per strada? Non c’è ritualità, manca la solennità che per me le elezioni hanno sempre avuto, perfino quella volta che (scelta sofferta e ponderata per quanto mi è stato possibile) non ho votato. Solo un aspetto romantico riesco a scorgere in tutto questo: noi italiani all’estero, almeno quelli che potranno e vorranno votare, affideremo il nostro cinquantamilionesimo di partecipazione politica alla posta. Quella stessa posta che ci fa arrivare i pacchi di pasta e sugo, salami e biscotti del mulino bianco dalle nostre famiglie italiane. Sperando che alla nostra Famiglia la spedizione risulti altrettanto utile, sebbene necessariamente non graditissima a tutti.

Plagio


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Siamo in campagna elettorale e anche per me quassù la tensione sale, mentre aspetto che mi mandino il plico per votare per posta. Ma ogni volta che vedo il simbolo del PD, a me viene in mente una famosa marca di tè inglese, non so come questo influirà sul mio voto.

La capatina


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Chissà se viene per vedere questo famoso graffito che la ritrae.

La classe non è acqua


Qui il mondo si divide ancora tra borghesi e proletari e, anche se non è sempre semplice capire chi è l’uno e chi è l’altro, la cosa più vicina ad un criterio che ho sentito è questa: “Se non ti puoi permettere la banda larga, allora sei un proletario”, questo è Marx coniugato al presente tecnologico, immagino. Borghesi e proletari parlano in modo diverso, non solo perché i proletari dicono parolacce, hanno proprio un vocabolario diverso. Un proletario dice cena, ma intende pranzo, forse perché una volta i poveri mangiavano solo la sera, ma questa è una mia libera, fantasiosa e coraggiosa ipotesi. “A volte un borghese non capisce di cosa stai parlando”, mi ha detto un orgoglioso proletario (che però si può permettere la banda larga, giusto per complicare le cose), ma di certo varrà anche il contrario.
Ci sono passatempi per borghesi e altri per proletari: il calcio, per esempio è per i proletari, il rugby è per i borghesi. “Avevano provato a mettere il microfono all’arbitro di calcio come nel rugby”, mi raccontavano, “ma hanno dovuto smettere perché i calciatori bestemmiano come turchi e in televisione non si può”. Per gli amanti delle complicazioni dirò che in realtà esiste un campionato di rugby tradizionalmente borghese e un altro tradizionalmente proletario, come se da noi ci fossero due serie A, ma non fatemi aggiungere altro ché mi si impiastriccia il post. La storia dello scisma del rugby è abbastanza interessante, comunque, e potete trovare qualche spunto qui.
Ci sono naturalmente differenze ben più serie e preoccupanti, per esempio nella politica, nella scuola, nella cultura e altrove ma non vi aspetterete certo qualcosa di serio, da me. Chiederò quindi a Helmut Schmidt, cancelliere tedesco, di ripetere qui ciò che una volta disse degli inglesi: “finché non cambierete quella vostra maledetta società basata sulle differenze di classe non uscirete mai dal casino in cui siete”. Ed era il 1975.

Specchio riflesso


Quando s’era bambini, una delle più potenti armi dialettiche era lo “specchio riflesso”, con il quale non solo ci si difendeva efficacemente dagli sberleffi degli altri, ma li si rispediva al mittente accresciuti. Uno ti diceva “cicciobombo”? Allora tu lo guardavi con sorriso sornione, gli dicevi “specchio riflesso” e l’insulto gli rimbalzava contro. È infatti ad un bambino di circa sei anni che ho pensato quando David Cameron, l’attuale Primo Ministro britannico, ha tacciato l’Argentina di colonialismo a proposito della controversia delle Isole (io scelgo il toponimo in spagnolo) Malvinas. Per inquadrare la situazione: la Gran Bretagna è quel paese che fu la più grande potenza coloniale del pianeta, che sta a migliaia di chilometri dall’oggetto del contendere e che possiede il suddetto oggetto del contendere perché nel 1833 lo invase militarmente. Il primo ministro di questo Paese qui, ha detto che gli Argentini fanno i colonialisti con le Malvinas, che stanno a poche centinaia di chilometri dalla loro costa. Naturalmente soltanto un manipolo di malpensanti potrebbe pensare che il Regno Unito sia così interessato alle isole per il petrolio che ne ricava, infatti Cameron ha detto chiaro e tondo che gli isolani hanno il diritto di autodeterminarsi. È tutto lì, capito? Democrazia e autodeterminazione dei popoli, cosa vuoi che importi a Cameron del petrolio? Certo, il fatto che nel 1833 tutti gli argentini siano stati deportati lasciando sull’isola solo britannici aiuta quel filino quando si tratta di autodeterminazione, ma ora basta fare i precisini e cantiamo God save the Queen.