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Il capo lapidario


Io, purtroppo, non sono una persona propriamente imprevedibile, e ci sono senz’altro cose che ripeto più volte di quante dovrei. Una di queste è che non mi piace Milano e addirittura che a nessuno, fosse per me (e non lo è), dovrebbe piacere. La seconda è  che il caffè espresso non dev’essere lungo come lo servono qua.
All’arrivo della nuova macchinetta del caffè in ufficio, mi sono sentito in dovere di ripetere la seconda, al che il mio capo ha lasciato cadere sorridendo una frase che lì per lì mi ha fatto ridere, ma di cui solo dopo qualche secondo ho apprezzato lo spessore: “Eh, puoi portare via l’uomo da Milano, ma non Milano dall’uomo”.

Cosa fanno gli italiani all’estero – non possono tornare


Siamo infine arrivati all’ultimo punto del post che ha ispirato quello che ho scritto ultimamente. In questo, l’autore del post ha molta più ragione che in altri dei suoi argomenti. Tornare, o semplicemente l’idea di tornare, suscita in molti di noi un senso di fastidio che cerchiamo di tenere nascosto agli amici o per lo meno di parafrasare perchè non piace in primo luogo a noi. Non sono sicuro che sappiamo tutti e bene da dove nasca, ma credo che il post sia fuori strada: non è paura di essere “solo degli italiani”. Abbiamo lasciato famiglia e amici, certo un po’ egoisticamente, per la speranza di migliorare la nostra vita (che spesso era già non malaccio, a dire il vero) e ci sono due modi di tornare: dover tornare e voler tornare. Il primo puzza di speranza andata in malora, che, ammetterete, un po’ fastidio dà.

Cosa fanno gli italiani all’estero – fanno lavori del cavolo


Ha forse ragione Cavezzali nel suo post a dire che molti di noi finiscono per fare lavori umili: “Ora puliscono cessi a Nantes. Che vuoi mettere un cesso di Nantes contro un cesso di San Lazzaro di Savena!?” Il fatto fatto è che un cesso di Nantes e un cesso di San Lazzaro di Savena sono diversi per davvero, non fosse altro per il fatto che se pulisci un cesso emilano o italiano in generale hai molte meno probabilità di trovare un lavoro migliore. L’Italia, in fatto di mobilità sociale, è messa peggio di molti dei Paesi dove siamo espatriati e continuiamo ad espatriare. Non dico che tutti quelli che puliscono i cessi in Germania, diventino amministratori delegati della Mercedes, ma la possibilità di migliorare la tua vita professionale, quella c’è all’estero molto più che in Italia. Il fatto che il nostro Paese attiri ormai molti meno immigrati perfino da Paesi più poveri, mi fa credere di non essere molto lontano dalla verità.

Cosa fanno gli italiani all’estero


Mi sono imbattuto per caso in questo post (abbastanza brutto, a mio parere) sul sito del Fatto Quotidiano: Italiani all’estero, ecco come passano realmente il loro tempo. Ho deciso di prenderne spunto, perchè in fondo parla di me e di quello di cui amo parlare io, ma soprattutto perché è articolato in sette punti e mi dà così l’opportunità di scrivere sette post, più uno di presentazione che sarebbe questo: in questo periodo di blocco del blogger, come farsi scappare questa ghiotta opportunità?
Certo non potrò sfuggire all’inevitabile errore della generalizzazione, ma visto l’abbondante uso che ne ha (impropriamente) fatto l’autore del post, credo di poter stare tranquillo.

La pillollina che vorrei


Io, ora, sono quello italiano, che parla poco e strano, che per dire una cosa ci impiega minuti. Sono quello che non ride alle battute e non guarda la televisione. Sono quello che non prende il cappuccino di pomeriggio e il vino con la pizza. Non sono più quello con la chitarra sul letto, quello dei giochi di parole e delle battute sarcastiche, che ha gli scarponi e lo zaino alla porta pronti per la mattina dopo, spesso troppo presto. Non sono più quello che la butta volentieri in politica, non ho più un soprannome e per nessuno poi sono più ol sccet del Miglio. Questo era io, quando vivevo in Italia.
Ogni volta che si avvicina una partenza, però, una specie di tormentata metamorfosi mi travasa con fatica e lentamente da un io all’altro a seconda della destinazione. Non c’è, che io sappia, una pillolina per rendere ‘sta cosa più veloce, per evitare quei momenti in cui non sono nè Seth Brundle nè la mosca, nè Gregor Samsa nè un altro schifoso insetto, nè Bruce Banner nè l’incredibile Hulk. Ci fosse, sarebbe sempre nel mio bagaglio a mano e, ne sono certo, la venderebbero al posto dei profumi sui voli della Ryan Air.

Della bruttezza


Ci sono zone in cui la bruttezza è endemica, interi quartieri ne sono infestati. Sono brutte le strade, le case e gli alberi. Sono brutte le persone, i loro vestiti e le loro voci e ci si passa attraverso come in apnea, con la confusa speranza che finisca presto. E non parlo di case o persone non tanto belle, non voglio fare lo schizzinoso,  sto parlando di bruttezza quasi pura o meglio assenza quasi totale di bellezza. Parlo di donne grasse, sdentate e con i capelli unti, di uomini con la barba incolta, la tuta da ginnastica logora e che puzzano di alcool. Parlo di giovani madri sguaiate e truccate da puttane che bestemmiano come scaricatori di porto, spesso all’indirizzo dei loro piccoli, coperti di bava e briciole di patatine fritte. Sono luoghi che danno l’impressione di non aver mai avuto niente di bello nel raggio di un chilometro, sono persone grottesche che sembrano non averne nessun desiderio. Spesso noi facciamo confusione e raccomandiamo ai connazionali di evitare certe zone, confondendo irrazionalmente bruttezza e pericolosità. O forse abbiamo istintivamente ragione.

La domanda


La lasciano cadere così, con nonchalance, come un qualsiasi argomento di conversazione, ma la temo più di tutte le altre, per me non è una domanda ma la domanda: ma è meglio qua o là?
Sono arrivato a temerla anche più di ma cosa dicono di noi all’estero? E lo so che è fatta così per dire, che se incontri uno che conosci appena e questo ha la caratteristica di vivere all’estero, questa domanda è il modo più facile per scongiurare un imbarazzante silenzio. Lo so, lo so, è che la risposta invece non mi è facile per niente. La cosa più sensata da fare, probabilmente, sarebbe rispondere con qualcosa di altrettanto casuale del tipo mah… non saprei, forse per alcune cose è meglio qua e per altre è meglio là, ma per noi sempre in oscillazione sui due piatti di una bilancia, la risposta non può essere facile, noi che se pende troppo dalla parte sbagliata è tutto da rifare. E mentre il mio interlocutore probabilmente si chiede se davvero sia riuscito a scongiurare il temuto e imbarazzante silenzio, io passo in rassegna quello che ho e quello che mi manca, quello che vorrei e quello che vorrei evitare, con altissima probabilità tutte cose che sono finite o finirianno su questo inutile blog.
Poi, con suo conseguente sollievo, mi arrendo e dico che mah… non saprei, forse per alcune cose è meglio qua e per altre è meglio là.