Il capo lapidario


Io, purtroppo, non sono una persona propriamente imprevedibile, e ci sono senz’altro cose che ripeto più volte di quante dovrei. Una di queste è che non mi piace Milano e addirittura che a nessuno, fosse per me (e non lo è), dovrebbe piacere. La seconda è  che il caffè espresso non dev’essere lungo come lo servono qua.
All’arrivo della nuova macchinetta del caffè in ufficio, mi sono sentito in dovere di ripetere la seconda, al che il mio capo ha lasciato cadere sorridendo una frase che lì per lì mi ha fatto ridere, ma di cui solo dopo qualche secondo ho apprezzato lo spessore: “Eh, puoi portare via l’uomo da Milano, ma non Milano dall’uomo”.

La terza via


Pensavo, fino ad un paio di giorni fa, che ci fossero solo due modi di rapportarsi con la fedele tazza che accompagna tutti i lavoratori in terra britannica sulle loro scrivanie: lavarla ossessivamente anche più volte al giorno o convivere con perenni macchie marronacce, perché ci sono poche sostanze che macchiano più efficacemente del tè. Poi, però,  ho incontrato un mio collega al lavandino intento a lavare la sua tazza e mi ha detto, col sorriso soddisfatto di chi non deve più scendere a compromessi con una tazza disgustosamente coperta di macchie marroni: “ho trovato un modo per pulire perfettamente la mia tazza”. Poi mi ha mostrato orgogliosamente un misterioso flacone estratto da sotto al comune lavandino, sulla cui etichetta campeggiava un scritta che recitava più o meno così: “per la pulizia giornaliera del tuo bagno”.

Cosa fanno gli italiani all’estero – non possono tornare


Siamo infine arrivati all’ultimo punto del post che ha ispirato quello che ho scritto ultimamente. In questo, l’autore del post ha molta più ragione che in altri dei suoi argomenti. Tornare, o semplicemente l’idea di tornare, suscita in molti di noi un senso di fastidio che cerchiamo di tenere nascosto agli amici o per lo meno di parafrasare perchè non piace in primo luogo a noi. Non sono sicuro che sappiamo tutti e bene da dove nasca, ma credo che il post sia fuori strada: non è paura di essere “solo degli italiani”. Abbiamo lasciato famiglia e amici, certo un po’ egoisticamente, per la speranza di migliorare la nostra vita (che spesso era già non malaccio, a dire il vero) e ci sono due modi di tornare: dover tornare e voler tornare. Il primo puzza di speranza andata in malora, che, ammetterete, un po’ fastidio dà.

Cosa fanno gli italiani all’estero – fregano


Ci saranno senz’altro alcuni italiani all’estero che fregano, che “non pagano il biglietto del tram, passano con il rosso, cercano in ogni modo di evadere le tasse”, ma io vedo una certa tendenza al miglioramento, ad imparare il senso civico stando in un posto dove attorno a te il senso civico lo vedi (e non necessariamente questo posto è all’estero). Gli italiani che mi vedo attorno io, dopo un po’ sono come addomesticati da una società più sana e imparano a comportarsi meglio. Ciò che non abbiamo ancora imparato, purtroppo, è quello che secondo me è il vero segreto di questa società più sana: il coraggio di rompere i coglioni.
È la testardaggine e la dignità di quella nonnetta che camminava davanti a me un giorno e che, vedendo una signora buttare una carta per terra, l’ha raccolta, ha chiamato la malcapitata e le ha gridato severa “signora, ha perso questo”. È il coraggio che non ho avuto io, per esempio, quella volta in cui ho visto un mio lontano parente parcheggiare sulle strisce pedonali per entrare dal panettiere: ho pensato che fosse incivile, ma poi ho sorriso, l’ho salutato e sono tornato a casa.

Cosa fanno gli italiani all’estero – fanno lavori del cavolo


Ha forse ragione Cavezzali nel suo post a dire che molti di noi finiscono per fare lavori umili: “Ora puliscono cessi a Nantes. Che vuoi mettere un cesso di Nantes contro un cesso di San Lazzaro di Savena!?” Il fatto fatto è che un cesso di Nantes e un cesso di San Lazzaro di Savena sono diversi per davvero, non fosse altro per il fatto che se pulisci un cesso emilano o italiano in generale hai molte meno probabilità di trovare un lavoro migliore. L’Italia, in fatto di mobilità sociale, è messa peggio di molti dei Paesi dove siamo espatriati e continuiamo ad espatriare. Non dico che tutti quelli che puliscono i cessi in Germania, diventino amministratori delegati della Mercedes, ma la possibilità di migliorare la tua vita professionale, quella c’è all’estero molto più che in Italia. Il fatto che il nostro Paese attiri ormai molti meno immigrati perfino da Paesi più poveri, mi fa credere di non essere molto lontano dalla verità.

Cosa fanno gli italiani all’estero – mangiano da schifo


Ah sì? E di dove sono allora, dove lavorano, gli chef che infestano le televisioni italiane? Joe Bastianich, Heston Blumenthal, Gordon Ramsey, Jamie Olivier solo per citare i più famosi, sono tutti stranieri e ce ne sono molti altri. L’altro giorno, non volevo credere ai miei occhi quando su rai 3 ho visto un giapponese spiegare come si cucina la pasta. Non solo fuori dall’Italia si può mangiare benissimo, ma alcuni Paesi sono famosi in tutto il mondo per la loro cucina: davvero qualcuno crede che in Giappone, Francia, Tailandia, Spagna si mangi peggio che in Italia?
Perfino in Inghilterra (e sapete già come la penso, se mi leggete) si può mangiare benissimo. Non solo ci sono ottimi ristoranti di cucina internazionale, non solo si possono trovare ingredienti da tutto il mondo per fare da sè, ma anche gli inglesi hanno reimparato a cucinare cibi della loro tradizione. Purtroppo io non ho viaggiato molto, ma ovunque io sia stato, ho notato che basta essere in campagna per mangiare benissimo e generalmente gli italiani che non mi credono sono quelli che mangiano in pizzeria quando vanno a Londra. Avrebbe dovuto capire, Cavezzali, che la supremazia della cucina italiana era una balla quando a spiegargliela in televisione arrivò Benedetta Parodi.

Cosa fanno gli italiani all’estero – hanno freddo


“Stanno morendo di freddo, ma non lo ammetteranno mai”. Peccato che io non possa parlare di me, visto che sto cercando di generalizzare meglio di Cavezzali, altrimenti vi rimanderei alla serie di post che ho scritto sul tempo inglese (tra cui questo). In generale, però, mi sembra di aver notato che chi è da più anni in Inghilterra si lamenta meno del tempo e anzi, cerca di convincere chi in Italia ci vive che tutto sommato non è poi così male come si crede. Molto fa l’abitudine, non ci vuole molto ad abituarsi ad un paio di gradi in meno e dopo un paio d’anni si soffre decisimente meno, sia per il freddo, sia per la mancanza di sole. D’altro canto, però, è anche frutto di una reazione naturale, perchè sì, magari Cavezzali ha ragione a dire che siamo ripetitivi, che “allora parte il disco, che loro mica lo sanno che la stessa cosa te l’hanno già detta gli altri dieci prima di loro”, ma per essere sinceri l’osservazione che il tempo in Inghilterra fa schifo non ce la risparmiano in tanti, nè tanto spesso. Poi magari capita che in Italia è un’estate da schifo e qui c’è sempre il sole e la tentazione di farlo notare è forte, molto forte.