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Cosa fanno gli italiani all’estero – hanno freddo


“Stanno morendo di freddo, ma non lo ammetteranno mai”. Peccato che io non possa parlare di me, visto che sto cercando di generalizzare meglio di Cavezzali, altrimenti vi rimanderei alla serie di post che ho scritto sul tempo inglese (tra cui questo). In generale, però, mi sembra di aver notato che chi è da più anni in Inghilterra si lamenta meno del tempo e anzi, cerca di convincere chi in Italia ci vive che tutto sommato non è poi così male come si crede. Molto fa l’abitudine, non ci vuole molto ad abituarsi ad un paio di gradi in meno e dopo un paio d’anni si soffre decisimente meno, sia per il freddo, sia per la mancanza di sole. D’altro canto, però, è anche frutto di una reazione naturale, perchè sì, magari Cavezzali ha ragione a dire che siamo ripetitivi, che “allora parte il disco, che loro mica lo sanno che la stessa cosa te l’hanno già detta gli altri dieci prima di loro”, ma per essere sinceri l’osservazione che il tempo in Inghilterra fa schifo non ce la risparmiano in tanti, nè tanto spesso. Poi magari capita che in Italia è un’estate da schifo e qui c’è sempre il sole e la tentazione di farlo notare è forte, molto forte.

Ora ci penso io


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Problemi con il tempo inglese? Niente paura, ora ci penso io! Tirate fuori gli occhiali da sole.

Trasformazioni


Qualche mese fa incominciò a circolare la voce di uno scivolo d’acqua che sarebbe stato installato nella ripida e lunga strada che passa di fianco alla cattedrale. Naturalmente io non ho mai creduto per un solo secondo che fosse vero, vista l’ossessione che qui hanno per la sicurezza. Qualche settimana fa, invece, l’hanno costruito davvero, trasformando il centro in un mini parco di divertimenti abbastanza affollato. Naturalmente io me lo sono perso. Il sindaco ha dichiarato, secondo me saggiamente, che “nessuno potrà più camminare in Park Street senza pensare che non è solo un luogo per le auto, ma un luogo dove la gente si diverte”.

Il vero dizionario Inglese – Italiano: spring


spring [sprɪŋ] n: molla.

We’ll have a very good spring this year: Avremo una molla molto buona quest’anno

Il vento della Storia


Già sapete che su quest’isola piatta, piantata tra l’Atlantico e il Mare del Nord, c’è tanto, a volte troppo, vento. Senza montagne degne di tale nome che possano fermarli, i venti occidentali sferzano, rasoterra e in continuazione, questo posto bizzarro. Naturalmente, nel pieno rispetto del nome che gli  è stato dato, sempre da Ovest verso Est. Sono loro, i venti occidentali, che, insieme alla rivoluzione industriale, hanno plasmato le grandi città inglesi. Cresciuti a dismisura attorno alle fabbriche che vomitavano fuliggine e gas vari, i quartieri dei nuovi venuti stavano per metà sottovento e per metà sopravento. Inutile dire che le parti ad Est di tutte le città, quelle sottovento, dove l’aria era irrespirabile, diventavano rapidamente quartieri poveri, con un alto tasso di criminalità e un’urbanistica (per usare un termine non molto tecnico) “alla cazzo”. Cosa che rimane in gran parte vera anche oggi: Londra, Bristol e tutte le città più grandi del Regno Unito hanno ad Est le loro riserve proletarie: che la georafia sia in fondo la vera ragione per cui il classismo qui, come vi dicevo, è ancora anacronisticamente vivo e vegeto?

Jazz


C’è una viuzza di selciato in centro che porta ad uno dei rami dell’Avon incarniti dentro a Bristol. Le bombe tedesche sono state più clementi in questa parte della città che in altre e ci sono ancora alcuni edifici che sanno di Isola del tesoro, pirati e marinai. Qui si trova l’Old Duke, un piccolo pub dedicato al Jazz che, concerto dopo concerto, si è tappezzato di locandine. È spesso pieno, ma se il tempo è bello le finestre si aprono e il selciato diventa un concerto all’aperto. Perfino io che non amo il jazz spesso devo fermarmi, sgomitare per ordinare una birra e prendere posto fuori a sentirli. Questa volta erano un gruppetto di musicisti attempati, che suonavano New Orleans. La città intera, intendo: la suonavano in lungo e in largo e il trombonista era Dio. Davanti alla finestra c’erano due signore sui sessanta che ballavano in estasi, un uomo anziano con tatuaggi da marinaio e cravatta nera, ciclisti, punk, dandy, cani e tutto il resto del campionario Bristoliano. C’era un signore che offriva un birra al canuto sassofonista sudato e provato che nel frattempo era uscito per prendere una boccata d’aria e c’ero io che non avevo mai sentito Duke Ellington mentre al microfono il contrabbassista presentava una sua canzone dicendo “quell’uomo era un genio”. Se ci fosse altro, non saprei dire.

La città in cui vivo


È stata una bella estate, piena di sole, stranamente calda. Ora che volge al termine mi guardo indietro (forse un po’ troppo in stile Righeira) e mi rendo conto che non mi sono mai sentito così a casa da quando vivo qui. Il centro pieno di gente, girare in pantaloncini, una birra al pub sul fiume appena fuori città, addirittura le gite al mare. Bristol, dopo quasi cinque anni, ha toccato le corde giuste, mi ha addomesticato, siamo diventati amici. E non importa quante volte sarà ancora così, è ormai così che probabilmente la ricorderò quando sarò altrove. In onore di Bristol e di questa nuova amicizia ho deciso che comincerò a parlare del grande assente di questo blog, che finora ho ignorato più o meno volutamente come una persona di cui in fondo non mi sono mai fidato: la città in cui vivo (con omonimo tag).