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Cosa fanno gli italiani all’estero – girano solo con altri italiani


Eccoci dunque al primo punto del post. C’è in effetti una certa naturale tendenza a raggrupparsi per identità culturali, ma questo vale per qualsiasi nazionalità: in giro si vedono spesso gruppi di italiani, spagnoli, greci, polacchi, indiani e perfino di inglesi, qui in Inghilterra. Io di tanto in tanto cerco di indovinare di che nazionalità sono da una certa distanza, quando ancora non si capisce che cosa stiano dicendo, ma per ora ho un metodo affidabile solo per alcuni. Sono italiani quando sono tutti vestiti uguali e sembra che stiano litigando, sono spagnoli se ridono e parlano stando vicini, inglesi se sono ubriachi, polacchi se si muovono come cowboy quando entrano nel saloon.
Sul perchè ci si raggruppi, poi, ho una mia personale teoria: uno dei motivi principali è che il divertimento è un fatto culturale, dimmi come ti diverti e ti dirò da dove vieni. L’ora a cui ci si trova, l’ora a cui si rientra, quali comportamenti sono considerati amichevoli, dove si va e cosa si fa sono cose spesso diverse da nazionalità a nazionalità. Un inglese, per dire, avrà difficilmente un gruppo di amici musulmani astemi.

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La pillollina che vorrei


Io, ora, sono quello italiano, che parla poco e strano, che per dire una cosa ci impiega minuti. Sono quello che non ride alle battute e non guarda la televisione. Sono quello che non prende il cappuccino di pomeriggio e il vino con la pizza. Non sono più quello con la chitarra sul letto, quello dei giochi di parole e delle battute sarcastiche, che ha gli scarponi e lo zaino alla porta pronti per la mattina dopo, spesso troppo presto. Non sono più quello che la butta volentieri in politica, non ho più un soprannome e per nessuno poi sono più ol sccet del Miglio. Questo era io, quando vivevo in Italia.
Ogni volta che si avvicina una partenza, però, una specie di tormentata metamorfosi mi travasa con fatica e lentamente da un io all’altro a seconda della destinazione. Non c’è, che io sappia, una pillolina per rendere ‘sta cosa più veloce, per evitare quei momenti in cui non sono nè Seth Brundle nè la mosca, nè Gregor Samsa nè un altro schifoso insetto, nè Bruce Banner nè l’incredibile Hulk. Ci fosse, sarebbe sempre nel mio bagaglio a mano e, ne sono certo, la venderebbero al posto dei profumi sui voli della Ryan Air.

Il guidator cortese


No, tenere la sinistra per strada non è la cosa più strana del guidare nel Regno Unito. Il libretto che si deve studiare per ottenere la patente in questo Paese, nel capitolo intitolato “Guida difensiva”, spiega come guidare in modo da “salvare vite, tempo e denaro”. Prontezza di riflessi, eccellenza nel controsterzo, determinazione: questo diremmo noi italici discendenti di Nuvolari. Un poco turbato, invece, mi sono imbattuto in ciò che qui è considerato tra le cose fondamentali da raccomandare per la sicurezza stradale: la cortesia.

Chiedere per favore


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Perché a volte basta chiedere con gentilezza.

Della bruttezza


Ci sono zone in cui la bruttezza è endemica, interi quartieri ne sono infestati. Sono brutte le strade, le case e gli alberi. Sono brutte le persone, i loro vestiti e le loro voci e ci si passa attraverso come in apnea, con la confusa speranza che finisca presto. E non parlo di case o persone non tanto belle, non voglio fare lo schizzinoso,  sto parlando di bruttezza quasi pura o meglio assenza quasi totale di bellezza. Parlo di donne grasse, sdentate e con i capelli unti, di uomini con la barba incolta, la tuta da ginnastica logora e che puzzano di alcool. Parlo di giovani madri sguaiate e truccate da puttane che bestemmiano come scaricatori di porto, spesso all’indirizzo dei loro piccoli, coperti di bava e briciole di patatine fritte. Sono luoghi che danno l’impressione di non aver mai avuto niente di bello nel raggio di un chilometro, sono persone grottesche che sembrano non averne nessun desiderio. Spesso noi facciamo confusione e raccomandiamo ai connazionali di evitare certe zone, confondendo irrazionalmente bruttezza e pericolosità. O forse abbiamo istintivamente ragione.

Creare aspettativa


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Pare che questo nuovo bar che stanno per aprire tirerà un sacco, più di un carro di buoi.

Equivalenze


L’amico Simone, un paio di giorni fa, mi ha segnalato che sulle televisioni italiane non parlano solo bene di Bristol. Eccomi dunque in dovere di postare il link alla puntata di Striscia la Notizia nella quale hanno trattato di prodotti tarocchi spacciati per italiani nei ristoranti. Loro, i non italiani, si siedono sotto mandolini e foto varie appese al muro, di fianco a scaffali di pummarole e fusilli e sono felici così, senza bisogno di parmigiano vero o di piatti fatti come si deve. Abbiamo un bel fare noi a non andarci mai e un bel dir loro “non è proprio cucina italiana”, ma io ho l’impressione che non serva a niente. La colpa è di chi, maliziosamente, gli rifila la sola, non loro che non hanno idea di cosa dovrebbero ricevere nei loro piatti o di cosa sia quella roba che cercano di descrivere con la parola proschiutto. Oggi, per dire, il tipo che mi ha consegnato la spesa ordinata online mi ha comunicato che uno dei prodotti non era disponibile ed è stato sostituito con uno equivalente. Nel mio frigo, ora, ho un pezzo di formaggio Manchego al posto della mortadella, che, ora ne sono certo, non hanno la minima idea di cosa sia.