La disabitudine


Seduto in uno di quei posti abbastanza piccoli, con i tavoli in legno grezzo e un paio di musicisti nella penombra, bevevo la mia birra rossa: poco amara e molto aromatica, come piace a me. Lui era un chitarrista che la locandina qualificava come “gipsy jazz” e lei era una flautista spiritata. Cantava lui, in francese per lo più, e io battevo il tempo, ma senza fretta. Anche io ho avuto una chitarra, ma ho completamente smesso di suonarla da quando ho lasciato l’Italia. All’inizio tornare voleva dire anche tornare a suonare, come fare due chiacchiere con un buon vecchio amico dopo molto tempo. C’era tanto da dirsi, anche solo per ripetersi le solite vecchie canzoni, ma pian piano le mie dita si sono disabituate alle corde, i calli se ne sono andati, finché suonarla ha cominciato a fare male a me e forse un po’ anche a lei. A cose simili pensavo, mentre lui suonava e cantava per lo più in francese, lei suonava spiritata il flauto e io tenevo il tempo senza fretta.
In mezzo a tutto questo, si direbbe senza un valido motivo essendo lui francese, lei inglese e il tutto ambientato nel Regno Unito, attaccano con La città vecchia di De Andrè, fatta pure bene. Dopo l’iniziale stupore, mi ritrovo, tra qualche sguardo di disapprovazione, a cantare con loro ricordando quando La città vecchia usciva dalla mia chitarra e dal flauto dell’amico Gibo. Prima che di mezzo si mettessero il tempo, la Manica e la disabitudine.

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4 risposte a “La disabitudine

  1. sigh, sob, sniff… e non sono affatto ironica…

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